PARIDE “BRUNO” BRUNETTI – UN PARTIGIANO ADOTTATO

 

Comandante partigiano combattente Brigata Garibaldi “A.Gramsci” presso la zona di Feltre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


   

      al centro della foto

Quali sono state le tracce più indimenticabili che l'esperienza della guerra in Russia ha inciso in te?

 

 

 

 

 

 

 


Ero partito, come del resto i miei giovanissimi soldati di leva, con lo zaino carico della retorica fascista e nazista: giorno dopo giorno il duro impatto con una serie ininterrotta di fatti demoliva quel castello di mistificazione: la realtà che vedevo contraddiceva radicalmente le falsità della propaganda politica.

Fui dunque indotto a farmi incalzanti domande e queste pro­vocavano risposte sempre più sconvolgenti: ne uscirono alla fine dei giudizi precisi che si trasformarono in convincimenti definitivi per la mia vita. Così ritornato dal fronte, mi accorsi di essere di­ventato quasi un'altra persona.

Gli episodi che racconterò credo che spiegheranno questo mutamento più efficacemente di una diagnosi psicologica.

 

Primo episodio

Destinazione fronte: da Padova si arriva a Cracovia. Ci ac­campiamo in una piazza: un lato è sbarrato dal filo spinato, che segna il confine del ghetto dove sono rinchiusi gli ebrei. Si af­facciano grappoli bambini squallidi e denutriti, con occhi imploranti. I soldati sono turbati: si avvicinano ed offrono pezzi di pa­ne.

La sentinella tedesca accorre rabbiosa e minaccia i soldati: "Via, via, se no vi sparo". Reagisco: "Perché?"

La risposta è agghiacciante: "I bambini ebrei sono peggio dei ge­nitori. Gli ebrei sono la rovina del mondo: bisogna sterminarli".

Resto impietrito: non avevano proclamato che si andava alla guerra contro la Russia, in crociata per liberare i popoli schiacciati dalla schiavitù dei comunisti senza Dio?

I miei soldati avevano lasciato a casa fratelli, cuginetti, bam­bini.

C'era la guerra al fronte, ma quei bambini vivevano nelle loro case, curati dai genitori; potevano nutrirsi, andare a scuola, giocare in libertà. E qui invece? E' questa la liberazione che si vuole porta­re?

Incominciò la corrosione delle nostre certezze.

 

Secondo episodio

Fronte ucraino, al di qua del Don: siamo appena giunti nella zona d'operazione.

Dietro un cespuglio giace il cadavere di un russo: è ormai in decomposizione, invaso da formiche e da insetti. Il morto viene seppellito, si pianta una croce.Per i soldati la vista di quel cadavere produce uno choc vio­lento: essi non riescono più a mangiare, hanno lo stomaco scon­volto.

Hanno visto la realtà di una morte che non hanno ancora co­nosciuto: non la salma composta pietosamente sul letto tra le lacri­me e le preghiere dei parenti e degli amici. La morte di un nonno, di un genitore, di un congiunto caro. Poi il corteo funebre alla chiesa, il rito religioso, l'accompagnamento al cimitero, la tomba con i fiori, il lume, la lapide con il nome inciso.

Un brivido di terrore ha percorso i soldati: sarà così anche la mia morte?

Che senso ha la vita, se un uomo finisce così? Cambia forse qualcosa, se il cadavere è di un "nemico?" Non era anche lui un uomo come me?

 

Terzo episodio

Le ferrovie russe avevano uno scartamento ferroviario più largo. Bisognava restringere i binari. Al lavoro erano impiombati gli ebrei.

Seduto per una sosta osservo con pena i forzati dell'odio raz­ziale.

Proprio davanti a me un ebreo sulla quarantina con gli oc­chiali (dopo tanti anni lo rivedo ancora). Deve trasportare un cari­co di sassi, ma non ce la fa. Prova una seconda e una terza volta: è stremato, non riesce.

Il tedesco che sorveglia estrae la pistola e gli spara.

Balzo in piedi: "Che cosa fai?" grido.

Mi risponde con indifferenza: "lo mandare subito fonogramma e arrivare subito venti ebrei buoni a lavorare -lui non più buono a lavora­re: perché dare a lui da mangiare?"

Mi chiedo con angoscia: che ideologia bestiale è quella che considera un uomo come un animale da macellare?

E non sapevo ancora nulla dei lager di eliminazione...

 

Quarto episodio

L'offensiva sovietica cerca di sfondare il mio settore: ordine di ritirarsi. Riusciamo a ripiegare sfuggendo l'accerchiamento, come

dalla stanchezza che cado nel sonno. Al mattino mi accorgo che le parti congelate hanno ripreso la sensibilità.

"Adunata", si riprende la marcia. Ringrazio la ragazza ed esco. Poi torno indietro: "Perché l'hai fatto?" chiedo.

Risponde: "Ci hanno detto che voi non siete venuti di vostra vo­lontà: vi ha mandato Mussolini a morire lontano da vostra madre. Adesso volete ritornare e noi vi stiamo aiutando".

Sto per uscire, ma la ragazza mi richiama indietro e aggiunge: "c'è anche un altro motivo: anch'io ho un fratello al fronte che ha l'età dei tuoi soldati; da molto non so nulla di lui. Vorrei che mio fratello, trovandosi nelle stesse condizioni, trovi qualcuno che l'aiuti, come io ha cercato di aiutare te".

 

Alle ultime parole del racconto la voce dell'ex-tenente Bru­netti s'incrina: è lo sforzo di trattenere le lagrime.

Poi conclude: "Sono episodi che s'incidono per sempre e per tutta la vita".

 

Che cosa ami ricordare del periodo in cui sei stato coman­dante partigiano?

Credo che abbia capito quale valore morale rappresentino per me gli episodi che ho raccontato: essi sintetizzano le moti­vazioni profonde per le quali ho ripreso le armi. Non per ucci­dere ed opprimere, ma per riprendere il diritto di vivere da uo­mini liberi e pacifici, non schiavi della violenza o sudditi politi­ci.

Per questo non intendo soffermarmi sulle azioni militari com­piute con le unità partigiane: gli attacchi ai presidi tedeschi, i sa­botaggi, come l'esposizione nella galleria del Tombion, i rischi del­la vita affrontati.

Quei fatti sono stati registrati e consegnati alla storia: non so­no miei che in minimissima parte, perché appartengono ad una realtà realtà enormemente più importante: sono inglobati nel movimen­to grandioso della Resistenza.

Un impulso interiore mi spinge piuttosto a ricordare due epi­sodi che mi appartengono totalmente e personalmente, tanto che il tempo non ne ha sbiadito i colori dalla mia memoria e dalla mia coscienza.

Ecco il primo episodio

Sono di ritorno dall'azione del Tombion e contro la fabbrica della Metallurgica Feltrina.

Siamo fermi in un fienile, in mezzo al bosco. Sentiamo rumore di camion: i tedeschi stanno circondandoci.

Senza aspettare la notte, riprendiamo il cammino verso il no­stro accampamento.

Mentre sto attraversando il bosco, sulla curva del sentiero compare un tedesco.

Ci guardiamo in faccia. Muti e tesi.

Io dico "alt" e lui "alt". Pensavo si potesse fingere una ritirata reciproca. In qualche caso era accaduto...

Dicono che nell'imminenza della morte un uomo ricapitola tutta la vita trascorsa: accadde in quel momento anche a me: mi ri­vidi fanciullo, studente; mi apparve l'immagine della mamma... Istanti infinitamente lunghi ed infinitamente brevi...

Poi il tedesco si muove, io sparo per primo. Chiudo gli occhi, sono stordito, come se l'esistenza sia sospesa. Poi mi riprendo. Si­lenzio: intorno non vedo nessuno.

Immobile, steso per terra, il corpo del tedesco: sul petto una macchia rossa che si allarga, si allarga...

Un uomo ucciso da me, uno sconosciuto: anche lui con una famiglia, una casa, una madre, forse una moglie e dei figli...

                           

Che cosa hai provato allora? Orgoglio? Sollievo? Rimorso?

Orgoglio no, ma una sensazione immediata di sollievo, natu­rale ed istintiva dopo la tensione. Rimorso no: non potevo agire diversamente. Ma, soprattutto, una profonda amarezza.

Ed ecco il secondo episodio

La guerra è finita. E' una giornata piena di sole, le piante sono in fiore. E' la primavera della natura ed è la primavera della libera­zione: rispuntano speranze e aspirazioni di pace.

Viaggio in aiuto con un amico: sul margine della strada scorgo il cadavere di un soldato tedesco. E' senz'armi, una guancia fregia­ta: forse investito di striscio da un automezzo ed abbandonato. Scendo dalla macchina, mi fermo a guardarlo in silenzio. Un ne­mico? Pochi giorni prima, scontrandolo, lo avrei ucciso.

Penso al tedesco ammazzato e rivedo la macchia rossa di san­gue. Penso che era un uomo come me. Ora è una creatura morta, come milioni dì uomini, di donne, di bambini. Anche lui, con in­dosso una divisa ostile, imposta per obbligare ad uccidere e ad esse­re ucciso.

In quel momento la guerra per me era finita: ero arrivato a ri­provare i miei sentimenti di uomo.

Da “La Resistenza e i saronnesi” Ed. Monti 1995